Joan as a Policewoman, Suzanne Vega, Cat Power @ Auditorium P.d.M. 20 Luglio 2014: il report della serata Femminile Plurale.
Accorrete gente, accorrete!!! Al “supermarket” dell’Auditorium P.d.M. questa sera c’e’ stato il 3×1…non ve lo siete fatto scappare, vero? Non capita tutti i giorni di vedere, sullo stesso palco, tre fuoriclasse della musica alternativa americana, declinata al femminile, quali Joan as a Policewoman, Suzanne Vega e Cat Power. Non tutti, però, si sono fatti ingolosire dall’offerta proposta, visto che, soprattutto in tribuna, c’erano diversi posti vuoti: un vero peccato!
Apre le danze Joan As Policewoman, vestita in perfetto worst-look americano, composto da top a fascia nero, salopette in jeans arrotolata a lunghezza bermuda e mitico stivaletto beige con frangie texane da far paura! Detto questo, Joan Wasser, questo il suo vero nome, inizia quasi in sordina, mentre il pubblico  sta ancora cercando il proprio posto, con “What would you do”, dall’ultimo album “The Classic”, uscito da pochi mesi e dove la cantautrice eplora il soul che, a suo dire, è sempre stato dentro di lei. Supportata da una band di tutto rispetto, formata da un chitarrista, un tastierista ed un batterista, Joan durante il concerto, mostra una padronanza del palco non comune, ed esibisce la sua dote di polistrumentista, passando con naturalezza dalle tastiere, alla chitarra ed al violino. Il set, composto quasi esclusivamente dalle canzoni dell’ultimo disco fatta eccezione per un paio di pezzi, si fa apprezzare, nonostante lei non sembri troppo a suo agio, forse per aver iniziato quando ancora c’era la luce del giorno come fosse una qualsiasi artista da opening-act. Ci sono piaciute “Holy City”, già singolo dall’ultimo disco, “New year’s day” con le sue venature psichedeliche accentuate dal violino di Joan, ed i due pezzi finali, entrambi dal penultimo “The Deep Field”, ossia “Chemmie”, bella ed avvolgente e, soprattutto ,“The Magic” che ha fatto alzare anche più di qualcuno dalle sedie per ballare la melodia azzeccata di questa hit di qualche tempo fa.
Cambio di palco rapido…et voilà Suzanne Vega, con tanto di cilindro tipo Mago Silvan. La cantautrice americana, che tanto ci aveva fatto sognare nei tardi anni ’80, si presenta in trio composto da un batterista e da un chitarrista che ne vale 3! La sua voce, calda e spettacolare come non mai e con un’intensità che andrebbe insegnata nelle scuole, spazia tra vecchi e nuovi brani, tra cui spiccano una “Blood” in acido, “Jacob” con la sua chitarra liquida accompagnata dal battito di mani del batterista, e “The Queen and the Soldier”, che ha in quella sua tristezza definitiva, la chiave giusta per emergere. La tripletta che chiude il suo spazio è di quelle che, se l’avesse fatta Balotelli ai Mondiali Brasiliani, a quest’ora, forse, saremmo Campioni del Mondo. Parte “I Never Wear White”, pezzo stratosferico dall’ultimo disco, che proietta l’artista in mondi “alternative rock” per certi versi finora poco esplorati nelle sue canzoni, e si finisce laggiù, nel 1987 ed in quell’album, “Solitude Standing”, che sparò in orbita il talento di Suzanne. “Luka” e “Tom’s Diner”, qui in versione piacevolmente ritmata, ne furono il carburante che, ancora oggi, non ha esaurito il suo potenziale propulsivo. Brava Suzanne!
Ed arriva il momento di Chan Marshall AKA Cat Power. A quanto sembra è lei la star più attesa della serata, anche in forza del fatto che, ultimamente, a forza di cancellazioni di tour e concerti interrotti a metà (vedi l’anno scorso su questo stesso palco), diventa una scommessa riuscire a vederla live. Entra sul palco quasi in punta di piedi con bicchiere di vino in una mano e scaletta nell’altra, ed inizia con la stupenda “The Greatest” dall’omonimo album del 2006, uno dei suoi migliori, seguita da “Cherokee”, meravigliosa traccia che apre l’ultimo disco “Sun”. Tra un pezzo e l’altro, Cat parla sia con il suo tastierista, che col fonico…sembra che qualcosa non vada, e la paura di veder finita qua la performance è grande. Per fortuna non è così e si continua con canzoni di quelle che non ti sbagli come “Silver Stallion” e “Manhattan”, che fa alzare e correre tutta la platea verso il palco, dietro diretto invito di Chan. “Metal Heart” ti si scolpisce dentro e non ti lascia mai più, mentre la chiusura è tutta per “Ruin”, pezzo prodotto e mandato in paradiso da Philippe Zdar dei Cassius, durante il quale, nell’apoteosi generale, Chan distribuisce alle prime file i fiori del mazzo che le hanno regalato. Cat Power, sempre in bilico su fragili equilibri interiori, è un’artista spettacolare, con delle canzoni che lo sono altrettanto, ma questa sera mi è parsa, oltre che con una voce un pò stanca, anche poco supportata dalla band, la quale, a parte il tastierista, sembrava un accozzaglia di musiciste alle prime armi. Resta il fatto di averla vista dal vivo, che di questi tempi non è cosa da poco, ma non si può osannare solo il mito di un’artista a prescindere, senza valutarne anche la resa che questa sera, almeno a me, è parsa fiacca. Au revoir, Chan…è stato bello comunque vederti.
Dario Pizzetti
Marco Medaglia (foto)
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